SANT’ONOFRIO – “COLUI CHE È SEMPRE FELICE”.

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L’ORIGINE DI ONOFRIO

Sant’Onofrio o Noferi. Così questo bel nome dall’etimologia legata alla felicità.

A Rossano rimane ancora qualche Nofrino e Nofruzzo, ma in verità pochi oramai. 

Esistono due versioni legate alla tradizione di Sant’Onofrio: quella storica, scritta dal monaco egiziano Pafnuzio, e quella popolare, tramandata oralmente fino ai nostri giorni dai devoti pastori, gelosi custodi del loro Santo protettore.

Pafnuzio racconta per esperienza diretta del Santo anacoreta vissuto nel IV secolo d.C. Questi passò la sua vita per settant’anni nel deserto;  si dice fosse figlio di un re di Persia; indicato come nato da una relazione adulterina della regina, fu sottoposto alla “prova del fuoco”, da cui ne sarebbe uscito indenne. Da molto giovane si dedicò alla vita eremitica e il culto legato alla sua figura si diffuse in Italia attraverso Bisanzio. 

Un’interessante raccolta di informazioni, molto ben documentate, è stata appena pubblicata a cura del prof Franco Filareto, e sarà presentata proprio oggi (17 maggio) alle ore 18.30 presso Palazzo San Bernardino, in vista della festività prossima.

Poi c’è l’altra narrazione, però, che si intreccia a questa: quella che incrocia leggenda e devozione. Oggi questa versione viene conservata e raccontata da Ottavio e Giuseppe Vallonaranci. 

Si narra che fosse uso dei pescatori portare parte del pescato come tributo all’abbazia di Santa Maria del Patir una volta a settimana. Un giorno, però, al Patir venne consegnato, invece del pesce, un cesto con dentro un neonato. I monaci si presero cura del piccolo fino all’età di otto anni, dopodiché questi si rifugiò nelle montagne sacre del territorio, dove crebbe a contatto con la natura, cibandosi di bacche e latte di cerva, sua compagna inseparabile, dono, pare, di un  Angelo. L’armonia di quei luoghi sacri, il rapporto così diretto e forte con la natura, accanto al resto, ne favorirono l’ascesi spirituale.

IL RITROVAMENTO DI SANT’ONOFRIO

Dopo anni che Onofrio crebbe in questi boschi, tra bellezza e silenzio, capitò che, durante una battuta di caccia, squadre di uomini provenienti dai territori limitrofi, oggi identificati come Longobucco, Paludi e Rossano, si imbatterono proprio in quella cerva e la ferirono ad una gamba. Seguendone le tracce di sangue, arrivarono presso quella che viene identificata ancora oggi come la grotta di sant’Onofrio, ormai divenuto vecchio e con tutti i segni del suo eremitaggio. Lunga la barba e ricoperto solo di peli, in un primo tempo suscitò forte meraviglia, anzi paura negli uomini che lo videro in quel luogo. Ben presto, però, questi ne riconobbero le virtù e videro in lui un’aura di santità, specie quando l’eremita, per simbiosi amorevole con la sua cerva, cominciò anch’egli a sanguinare dal ginocchio. Così quei cacciatori decisero di portarlo con loro, ma, arrivati al trivio, dove le loro strade si sarebbero divise, presero ognuno la via del rientro, lasciando ad  Onofrio la scelta di chi seguire.

Questi prese la direzione  di Rossano, ma, dopo qualche chilometro, si fermò e divenne così pesante che fu impossibile  rimuoverlo. Rimase lì, in quel luogo che fu poi scelto per la costruzione della  chiesetta al Santo eremita. 

Da quei tempi antichi, quella meravigliosa alta valle del Colognati, luogo di passaggio per le transumanze degli animali, divenne luogo di  venerazione e di contemplazione e richiesta di protezione per tante cose, tra cui, il trovare gli oggetti smarriti o…moglie/marito!

LA FESTA CAMPESTRE-PASTORALE 

Lì, la terza domenica del mese di maggio, dopo il terzo venerdì del mese in cui si festeggia la Madonna del Patir, si iniziò a festeggiare la festa di Sant’Onofrio, che si tramanda, da secoli, di generazione in generazione, mantenendo il tipico carattere campestre-pastorale, da sempre affidata alla cura dei volontari che hanno a cuore quei luoghi e questa tradizione.

Il rituale si snoda in diversi momenti 

Prima c’è la venerazione della bella figura del santo eremita, rappresentata  dalla statua lignea (a proposito: ha bisogno di restauro!), caratterizzata dal bastone dei pastori  e ai piedi la cerva donata dall’angelo al giovane Onofrio. Il capo viene adornato con una corona di fiori e tante, intorno,  sono le offerte votive dei fedeli che chiedono aiuto e protezione.

Segue la celebrazione della messa e dopo si porta in processione intorno alla chiesa, al ritmo di suoni festanti, la statua, accompagnata da alcuni pali di agrifoglio lavorati a forme arrotondate ed incastonati con biscotti tipici di maio (sambuco) e ranzo (anice).

Conclusa la processione, sul palco antistante la chiesetta si tiene “l’incanto” dei prodotti tipici, raccolti e donati in onore del Santo dai fedeli, tenuto da una figura esperta, rappresentativa e devota come Ottavio Vallonaranci.  Suoni gioiosi e libagioni dal sapore bucolico concludono la giornata dedicata al Santo dei pastori e della natura.

LA FESTA DI QUEST’ANNO

La Festa di sant’Onofrio quest’anno si festeggia il 22 di Maggio, con la novità di poter, sin dalla settimana antecedente, prenotare delle escursioni nella valle del Colognati, avere la chiesetta aperta anche il sabato per i devoti, un anticipo di “incanto”, e ancora gustare la sagra della capra e dei prodotti tipici, accompagnata da balli e suoni degli strumenti tradizionali calabresi: la ciaramella, la pipita, la surdulina e, questa volta, la zampogna del Pollino con i suonatori di Conflenti.

Insomma, dopo due anni di fermo,  grazie alla  disponibilità e alla sensibilità dell’Amministrazione del Sindaco Flavio Stasi verso il mantenimento di questa antica e importante tradizione e la  valorizzazione e la tutela del valore ambientale della Valle del Colognati, si riprende a celebrare la festività con il comitato storico, formato da Giuseppe Vallonaranci, Raffaele Piovosa e Ottavio Vallonaranci, a cui si è aggiunto il prof. Vincenzo La Vena, studioso delle tradizioni popolari del Sud.

Anche io, da quest’anno, ho voluto essere della squadra, in nome di quell’amore che da sempre mi porta ad impegnarmi per dare il mio contributo alla tutela e valorizzazione del nostro patrimonio ambientale, di cui questa festa, col suo rituale, è parte integrante e preziosa.

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