IL NATALE DI UNA VOLTA

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E’ arrivato il mese di dicembre, il mese più bello di tutto l’anno perché è il mese del Santo Natale, ed il Natale, si sa, porta gioia, allegria e festa.

Adesso tutti quanti a pensare a comprare le luci e gli addobbi per l’albero di Natale, le luci da mettere al balcone, a comprare i panettoni che oggi si fanno con tutte le creme e i gusti possibili ed immaginabili, per non parlare di come ci scervelliamo per comprare il regalo più idoneo a soddisfare chi lo riceve. Purtroppo, la festa del Natale adesso è solo questo, pensare solo ed esclusivamente a tutto ciò. Una volta era tutto diverso, era tutta un’altra cosa e le sensazioni e le emozioni che si provavano un tempo durante il periodo natalizio (specie i bambini) non ci sono più.

Quanto era bello il Natale di una volta, di quando ero bambino…già nell’aria si avvertiva un qualcosa di diverso rispetto agli altri giorni, c’era un qualcosa…di magico nell’aria e pure le persone sembravano diverse, più buone!!!

Mi ricordo che tutto cominciava il primo di dicembre, quando in tutte le case di Rossano si facevano, per augurio, i fritti: i crustoli, la pasta a confetti, la giurgiulena, le “chiunulidde” oppure i “scoratedd” e poi in ogni vicinato si vedevano bambini con in mano piatti pieni di questi fritti – come il giorno del “u mmit e S.Giuseppe” – da portare alle famiglie colpite durante l’anno da un lutto, perché quando moriva qualcuno, in quella famiglia non si potevano fare fritti di nessun genere ( allora in questi casi, il rispetto e la vicinanza erano un qualcosa di spontaneo e naturale).

Poi si arrivava al giorno dell’Immacolata e in ogni casa si iniziava a fare il presepe e l’albero di natale.

Una volta finito di fare l’albero, con i fili dorati e argentati e tante palline colorate, si pensava a fare il presepe; si prendeva lo scatolo dei pastori di terracotta, generalmente conservato sopra l’armadio; parecchi erano rotti e attaccati alla meno peggio…c’era la statuetta raffigurante il pastore, il cacciatore, la lavandaia, l’oste, chi cantava, chi suonava la ciaramella, c’erano i re magi, tante pecorelle, galline ed ovviamente l’asinello con il bue, l’angioletto, la Madonna, San Giuseppe ed il Bambinello. Con la carta d’alluminio si faceva il corso del fiume o un laghetto ed al muro si attaccava la carta con disegnato sopra un cielo tutto stellato; sulla grotta si metteva l’angioletto e la stella cometa; ai lati del presepe si posizionava un rametto di vischio ed uno di corbezzolo

( russulidd ). Ovviamente il Bambinello si metteva solo dopo che “sparava la Gloria”.

Quanto era bello il presepe di una volta, nella sua semplicità, e noi bambini a passare ore ed ore ad osservarlo rimanendo incantati da tanta bellezza.

Poi arrivava la vigilia di Santa Lucia e la tradizione rossanese era (ed è tutt’ora) quella di cucinare la coccia (il grano). Qualche giorno prima del 12 dicembre si comprava il grano per tenerlo a mollo nell’acqua per un po’ di giorni, poi si cucinava e si condiva con mosto cotto e qualche scorza di mandarino o di arancia…che bel sapore aveva quella coccia!!!

In questo periodo si rifacevano i fritti, crustoli, pasta a confetti, ecc. un po’ più abbondanti per mangiarli durante tutto il periodo delle feste.

Il 24 dicembre, la vigiliadil Natale, la sera, in tutte le case si riunivano tanti parenti per il cenone e non si facevano i regali ( i giocattoli ai bambini venivano regalati solo il giorno della befana). La tradizione di quel periodo era che sotto il piatto del papà, i bambini mettevano la famosa letterina di natale, generalmente scritta a scuola con l’aiuto della maestra, ad un certo punto, il papà, che prima aveva fatto finta di non vederla, la prendeva e la leggeva a voce alta ed alla fine regalava a chi l’aveva scritta qualche soldo o qualche caramella e qualche cioccolata e tutti a battere le mani.( La letterina il più delle volte era: caro papà e cara mamma, vi voglio tanto bene, so di avervi fatto arrabbiare, ma prometto che da oggi in poi sarò più bravo/a).

Finito di cenare si giocava a tombola e per segnare i numeri usciti, si mettevano sopra le bucce di mandarino o di arancia o i lupini che a natale non mancavano mai.

Una volta “sparat a Gloria” che significava che il Bambinello era nato, la tradizione era (alcuni nostalgici, tra cui io, ancora la fanno) di mettere sulle spalle del più piccolo della famiglia un panno e nelle mani il Bambinello e portarlo in tutte le stanze della casa, seguito, in processione, da tutti i presenti, con in mano “u suffaredd” cantando tu scendi dalle stelle. Arrivati nella stanza del presepe si metteva Gesù nella mangiatoia e si recitava insieme una preghiera, solo dopo si scambiavano gli auguri, e si mangiava il panettone, per finire si usciva nel balcone a “sparare” i fuochi.

Il giorno di Natale, generalmente la mattina, si andava in chiesa per la Santa Messa, e a pranzo, poi, a mangiare, oltre alla pasta ripiena, le cose rimaste dal cenone.

Il pomeriggio si giocava nuovamente a tombola e poi si continuava a restare a casa ,tutti insieme, a parlare e scherzare, davanti al caminetto o al braciere.

Questo era, più o meno, come si trascorreva il Natale una volta. Non era una corsa sfrenata ai regali, come purtroppo avviene oggi, o a fare l’addobbo più luminoso possibile oppure a scervellarsi per il cenone, ma si stava insieme, in famiglia in un atmosfera di festa e di allegria con più serenità e certamente si avvertiva molto di più allora la vera atmosfera del Natale.

Con la speranza che il Natale di quest’anno sia sereno per tutti, vi auguro buone feste.

Albino NOLA

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